Da Giovanni Bianchi insegnamento di libertà e di impegno civile

Giovanni Bianchi è stato uno degli esempi più limpidi di impegno civile e politico legato alle radici cristiane e al mondo dell’associazionismo. Ci ha lasciato a 78 anni, in famiglia, provato dalla perdita recente di una figlia, dopo una vita dedicata alla scelta dei deboli come punto di vista, da cristiano, esigente con se prima di tutto. Il suo insegnamento va ben oltre gli incarichi ed i ruoli ricoperti nelle ACLI o nelle istituzioni ed ora che ci ha lasciati ritornano alla mente ancora più chiaramente, specie per chi, come me ha avuto la fortuna di iniziare il proprio percorso nel mondo delle ACLI sotto la sua guida. I miei ricordi partono da quando, come Giovane Aclista, ho vissuto la svolta a cui Giovanni Bianchi aveva dato il via con la sua elezione alla presidenza nazionale. Una svolta dolce, non urlata, cosciente di una crisi da cui uscire che chiedeva coscienza e conoscenza, teoria e pratica, coraggio anche senza certezze del punto di approdo. Dopo Domenico Rosati, il presidente della ritessitura interna e della ricucitura ecclesiastica, Giovanni era l’intellettuale militante, il Cristiano della ricerca, delle radici della riflessione di Maritain, dell’amicizia e della cattedra di Carlo Maria Martini e del confronto con padre Chenu. Un percorso esigente che sfidava la Acli ad essere nuove nella ricerca della fede e sfidava al tempo stesso ognuno di noi a rendere viva l’azione sociale e la vita Cristiana. Con lui e con la gioventù aclista di allora, guidata da Gigi Bobba e poi da Michele Rizzi, ho conosciuto la possibilità di vivere una cristianità dubbiosa senza paura, senza temere la difficoltà della ricerca e con il rispetto dei tempi della scoperta di Dio. Poi c’era la politica. Era il 1987, un momento storico dunque nel quale non era per niente evidente in tutta la sua gravità la crisi della politica e della rappresentanza né evidente la necessità di un processo di cambiamento. Giovanni guidò le Acli già prima dei fatti del 1992 in un percorso di protagonismo della società civile e dell’associazionismo nel cambiamento della politica. Non era scontato che un’associazione come le Acli scegliessero una battaglia di cambiamento che le esponeva a rischi per le proprie attività di servizio e non era scontato che le Acli scegliessero di sostenere questa battaglia in prima persona. Senza le Acli le battaglie referendarie di quegli anni, delle quali sono state promotrici, sarebbero state perlomeno differenti, meno radicati e meno consapevoli, processi d’elite privi dell’anima sociale e popolare che le Acli hanno portato. E, aggiungo, senza quella stagione, anche quella successiva che ha portato all’impegno di Romano Prodi e dell’Ulivo che ha visto le Acli accogliere una delle primissime uscite, sarebbe stata diversa. E questo impegno e questo servizio è proseguito anche da Deputato, eletto nel 1994 nelle liste del PPI, partito del quale è stato uno dei fondatori prima e presidente nazionale poi. Alla Camera è stato confermato anche nella legislatura successiva. Di quel periodo ricordo la prosecuzione in Parlamento di quella idea dell’Ulivo come luogo comune delle culture della resistenza contro la destra populista che iniziava a mostrare non solo la sua forza immediata ma la capacità di camminare profondamente nelle debolezze degli Italiani. Giovanni Bianchi è stato anche tra i fondatori del Partito Democratico, come conseguenza naturale dell’esperienza dell’Ulivo, in una democrazia matura dell’alternanza. Chi oggi, come me, in un consiglio comunale o regionale, in Parlamento, in una associazione o in una cooperativa, porta con sé l’esperienza aclista ha avuto con Giovanni Bianchi Presidente l’insegnamento di una militanza libera e responsabile, la priorità della giustizia sociale, la scelta dei deboli come punto di vista, in ogni occasione. La diplomazia popolare come strumento di pace, di costruzione di un’Europa sociale e di relazione tra i popoli sono grandi lasciti di una visione mondialista che Giovanni lascia alla politica e alla società italiana, con il suo esempio e con i suoi scritti. Il disarmo, la cancellazione dei debiti dei paesi poveri, lo sviluppo dei paesi deboli, l’Africa come frontiera della nostra umanità, della civiltà europea più profonda, sono stati i terreni della pratica concreta di questa visione. Di lui rimane un esempio di impegno sociale e civile pieno e senza paura, da cristiano, per la pace, per l’accoglienza e l’integrazione. Ciao Giovanni, senza paura, nelle mani di chi hai servito fedelmente in terra.

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Categorie:Diario, Economia, In Sardegna, Partito Democratico, Politiche, Salute e sociale

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