Riforme, nella giornata più convulsa la minoranza si compatta intorno a Pier Luigi Bersani e rifiuta le avances renziane

Da Huffington Post (16 settembre 2015) – Alla vigilia delle giornate più dure dello scontro nel Pd sulla riforma del Senato, la truppa bersaniana sembra reggere alla prova. Da palazzo Madama a Montecitorio, i deputati e i senatori rimasti vicini all’ex segretario sembrano quasi trovare nuove motivazioni nella sfida a Renzi. E l’atteggiamento muscolare del premier-segretario, finora, ha avuto l’effetto di compattare la truppa.

Persino un moderato come Guglielmo Epifani si schiera a fianco della “difficile battaglia” dei colleghi senatori e ricorda che “stiamo parlando della Carta fondamentale, e dunque con una legge come l’Italicum occorre bilanciare i poteri del premier anche attraverso il Senato”. E se alla fine della battaglia fosse in gioco la sopravvivenza del governo? “Non accetto questo schema”, spiega Epifani ad Huffpost. “Non c’è nessun rapporto diretto tra le modifiche possibili alla riforma e la vita del governo. Sull’elettività dei senatori serve un compromesso, bisogna lavorare ancora a una mediazione sulla linea di quella proposta da Tonini”. È proprio il “lodo Tonini” (dal senatore e vicecapogruppo Pd al Senato), che scalda la truppa bersaniana. Il parlamentare trentino, già stretto collaboratore di Walter Veltroni, su Huffpost aveva proposto di riaprire “in modo chirurgico” l’articolo 2 del ddl Boschi, proprio per affrontare in modo condiviso l’elezione dei senatori, ma solo nell’ambito di un accordo tra le principali forze politiche. Ipotesi che i renziani doc avevano rapidamente lasciato cadere.

Ma che ora per la minoranza torna a essere centrale. “Si tratta di una proposta ragionevole”, spiega Andrea Giorgis, costituzionalista e deputato Dem. “Per fare una buona riforma del bicameralismo serve un intervento sull’articolo 2, anche solo per far entrare come membri di diritto i presidenti di Regione. Serve un atto di responsabilità da parte di tutti, a partire dal governo. E non è affatto vero che toccando l’articolo 2 si riparte da capo: visto che anche gli altri articoli che saranno modificati dovranno comunque tornare alla Camera, se c’è un accordo forte nella maggioranza non si perde tempo sull’art 2”. “Basta uno sforzo minimo”, insiste Epifani.

I toni non sono mai alti. Ma la sostanza è che la sfida finale di Bersani viene condivisa. “Abbiamo un problema serio con la nostra gente che è disorientata, e ci chiede di essere coerenti nelle nostre battaglie”, spiega Cecilia Guerra, senatrice emiliana. “Non si tratta di una impuntatura, stiamo riscrivendo la Costituzione e cioè la Carta che regola la qualità della nostra democrazia: è vero che la gente ci chiede di ricomporre la frattura nel Pd, ma non a costo di rinunciare a questa battaglia”. Silvio Lai, senatore sardo, è considerato tra i meno barricaderi, insieme a Claudio Martini. “Confido che Renzi sappia guardare lontano, e ascolti consiglieri come Tonini: fossi nel premier non andrei a rischiare di approvare una riforma di questa portata con un pugno di voti di differenza. E mi pare assurdo far saltare una riforma del genere perché non si accetta l’idea che i cittadini scelgano i senatori”. Nico Stumpo, capo dell’organizzazione Pd ai tempi della Ditta, è lapidario: “Condivide la battaglia dei senatori ribelli? Certo, e il compito della sintesi, di portare la nave in acque sicure è di chi sta al comando, e dunque di Renzi. Le due parti non hanno uguali responsabilità in caso di rottura: è il segretario che deve fare lo sforzo maggiore”. Lai è ancora più esplicito: “Guardare lontano, da parte del premier, significa anche non umiliare i senatori del suo partito”. Un concetto infatti accomuna la truppa: “Qui non c’è nessuno che fa calcoli personali, stiamo facendo una battaglia in cui crediamo”.

Alfredo D’Attorre, per mesi uno dei parlamentari dem più duri contro Renzi insieme al fuoriuscito Stefano Fassina, in queste ultime settimane è stato mediaticamente defilato: “Lo scontro? L’ha scelto il segretario. Da parte dei senatori della minoranza ho trovato giudizi persino troppo generosi verso il complesso della riforma Boschi, che io giudico un pasticcio, un ibrido senza senso. E poi c’è un paradosso: da mesi il Parlamento discute col governo di Costituzione, che è materia propria delle Camere, mentre sappiamo poco o niente della legge di Stabilità. Io auspico che la direzione di lunedì 21 si occupi di come non togliere la Tasi alle famiglie più abbienti, di risorse per gli esodati e le pensioni. Altrimenti, se dovesse contenere solo sgravi alle imprese e nulla per le fasce più deboli, diventerebbe una manovra insostenibile. Io mi concentrerei su questi temi”.

Fuori dal coro, per una volta, il bersaniano Davide Zoggia, che invita i suoi alla prudenza: “Sul Senato delle autonomie abbiamo lavorato per mesi, e molte nostre richieste sono state accolte. Io credo che in questa fase di ripresa dell’economia il compito della sinistra Pd sia battersi per mettere nella legge di Stabilità risorse per il reddito minimo, per le pensioni. Non credo che la nostra gente capirebbe una crisi di governo sull’eleggibilità dei senatori. Io ho votato contro il Jobs Act e l’Italicum, non mi fanno paure le battaglie anche dure. Ma non è la riforma del Senato la strada per ritrovare una connessione sentimentale con i nostri elettori…”.

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