Riflettere sulla spending review della Rai che parte dalle sedi regionali…

Il lavoro che il Governo sta facendo sulla riduzione dei costi del sistema pubblico è davvero coraggioso e meritorio e deve essere sostenuto con convinzione. Ed è assolutamente indiscutibile che alla riduzione dei costi debba contribuire anche la Rai, la società per azioni a partecipazione pubblica totalitaria, finanziata attraverso un canone e regolata da un contratto di servizio pubblico.

Tuttavia colpisce il fatto che per raggiungere una riduzione dei costi di 150 milioni si debba intervenire partendo da quella parte della Rai, le sedi regionali, che forse è quella meno essenziale per la pubblicità ma fondamentale per garantire pluralismo informativo.
Una riduzione e un’accorpamento delle sedi regionali Rai non può mantenere inalterato l’esercizio delle funzioni a livello locale che è già fortemente cambiato rispetto a solo 5 anni fa.
In un contesto di crisi economica come quello attuale le imprese si selezionano sempre di più e resistono le più forti e le più innovative. In un contesto concorrenziale questo è un bene, anche perché imprese più forti escono dal livello locale e competono su territori più grandi, in altri come quello informativo la concorrenza è fittizia e si va verso la creazione di monopoli, magari di proprietà di imprenditori che usano l’informazione per influire sull’opinione pubblica e pesare in altri settori di loro primario interesse. Anche perché la dimensione necessaria per competere verso l’alto nel settore informativo è talmente grande da essere irraggiungibile e peraltro non necessaria quando gli interessi della proprietà sono concentrati e la proprietà di un media è solo uno strumento e non il fine dell’impresa.
Per questo nelle piccole regioni, nei territori più periferici, il ruolo svolto da un servizio informativo pubblico è indispensabile per garantire non solo l’informazione ma persino l’autonomia delle istituzioni locali che altrimenti rischierebbero di essere esposti, in presenza di un solo soggetto informativo privato, a campagne mediatiche impossibili da contrastare.
Questi sono alcuni dei motivi per i quali chiudere o accorpare le sedi regionali della Rai, che attraverso i telegiornali regionali svolgono una funzione importante di tutela del diritto costituzionale dei cittadini ad essere informati sui vari aspetti della vita sociale, culturale e istituzionale, significa stravolgere e smantellare il sistema informativo pubblico regionale e nazionale, considerando che le edizioni nazionali di molti telegiornali Rai sono composti in gran parte da contributi delle sedi regionali. Peraltro oggi l’informazione vive un progressivo indebolimento delle tutele professionali dei giornalisti che restano garantite solo nelle strutture editoriali pubbliche o in quelle più grandi, e la riduzione di spazi di questo genere riduce anche il numero di giornalisti garantiti nella loro autonomia.
In questo contesto rischiano poi di essere stati inutili gli investimenti della RAI sul digitale che iniziavano ad essere considerati interessanti dalle Regioni per garantire l’informazione istituzionale e la trasparenza dell’attività parlamentare locale, attraverso l’utilizzo di canali digitali dedicati, appartenenti al servizio pubblico, regolati da contratti tra istituzioni locali e sedi Rai.
A questo va aggiunto che alle sedi regionali Rai è stato attribuito gradualmente ma sempre più diffusamente un compito di produzione culturale e linguistica insostituibile.
Il nuovo contratto di servizio pubblico recentemente approvato ha previsto ad esempio un’espansione di parte di questa attività nella promozione della lingue diverse dall’italiano e riconosciute dalla Unione Europea, andando oltre la semplice tutela e difesa. E le lingue sono parte fondamentale delle culture che hanno costruito l’Italia che conosciamo, quella dei comuni certamente ma anche quelle delle regioni che sono state alla base di quella unificazione che 150 anni fa hanno dato vita al Paese come lo conosciamo.
Per questi ed altri motivi, occorre riflettere su come la Rai debba contribuire all’equilibrio della spesa pubblica, e chiedersi se dalla riduzione della sua organizzazione sul piano regionale vengano più vantaggi rispetto all’intervento su altri fronti, a partire dallo spettacolo che certo produce pubblicità ma non certo informazione democratica e consapevolezza.

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